ANNO VIII

Articolo del: 09/01/2014

Milano, storia segreta

Negli archivi municipali, conservati nei sotterranei del Castello Sforzesco, esistono documenti e dossier riservati che solo chi fu a conoscenza diretta degli eventi narrati ricorda e può visionare

Era fine febbraio 1967. Nella sala operativa del comando dei vigili, in piazza Beccaria, il ghisa Carlo Colombo smadonnava a più non posso e schiacciava furioso bottoni, girava reostati dell'apparato radio ricetrasmittente senza venirne a capo.

"El solit pirla", sibilava mentre oramai attorno a lui si era adunato un gruppetto di colleghi.

Colombo aveva tutte le ragioni di essere incazzato; da dieci minuti, su tutte le frequenze, usciva un solo messaggio: "Qui astronave Mastodont, rispondete … qui astronave Mastodont, rispondete" e non era più possibile collegarsi con le zebre, le vecchie 1100 bianche e nere che pattugliavano la città.

Venne chiamato il capoturno, il Buseca, che per anni aveva girato il centro e la periferia sulla sua Guzzi ma che adesso, a cinquant'anni e cento chili, sedeva dietro una scrivania; uomo saggio e concreto, messo a giorno della situazione, sentenziò: "E ti spondegh! Rispondigli".

Cosi il Colombo, che adesso si sentiva lui un pirla, prese incerto il microfono, schiacciò il tasto talk, e sillabò: "Qui centrale, avanti Mastodont".

"Roger centrale, qui Mastodont proveniente da Vega sei, pronti per messaggio?".

Si venne così a sapere che Mastodont era un astronave in viaggio verso la Terra, veniva dal sesto pianeta di Vega, la stella più luminosa della costellazione della Lira, a 25 anni luce dal sistema solare. Gli abitanti, golosissimi, avevano scelto per l'atterraggio Milano, perché patria del ris giald, della cassoeula e del panaton.

Credere o non credere? Palumbo, el terron, el vosava che sì; el Terragni, montagnin de Brunaa, strepitava che no. I alter ghe capiven nagott.

Venne scomodato, nel suo grande ufficio al primo piano, l'ingegner Ghiringhelli, il grande capo, tipo prudente che per non sapere né leggere né scrivere interpellò gli astronomi della specola di Brera. Questi non trovarono niente di nuovo nel cielo, intanto il contatto radio con la Mastodont, come convenuto coi vegani, avveniva ogni mattina alle quattro tempo di Greenwich, ora di morta per le autopattuglie, che si facevano un bianchino alla Crota lì di fronte.

Per il Ghiringhelli, però, la patata era troppo grossa e bollente per tenerla per sé. Dopo aver vincolato al segreto professionale l'intero corpo dei ghisa, telefonò a palazzo Marino, chiese udienza al sindaco e gli raccontò tutto. Sindaco di Milano era Pietro Bucalossi, un ottimo amministratore, ma con un carattere e una lingua sulfurei: ascoltò il Ghiringhelli, lo insultò per le bagiannate che gli raccontava e gli chiese se fosse rincitrullito, cacciandolo in pessimo modo (spero apprezziate le miti metafore).

Rimasto solo, sbollita l'ira e quella molesta sensazione che lo si volesse prendere per i fondelli, pensò a quali vantaggi e notorietà sarebbero derivati a Milano e al suo primo cittadino se quella strampalata storia fosse stata vera.

Il giorno dopo, a casa sua in via Bigli, convocò un vertice col Cuzzolin e relativo farfallino, il Mavellia, il Del Pennino e il Forcellini (a furia di stare a Milano aveva preso la cattiva abitudine di mettere gli articoli davanti ai nomi). Vi furono grida incredule, risate omeriche, scoppi d'ira del sindaco e gran vociare: le finestre erano aperte. Nello stesso palazzo abitava Eugenio Montale, il poeta, che spiando il trapestio vi scrisse poi malevolmente sopra senza aver capito una sverza di quel che accadeva. Ma, in fondo, erano solo licenze poetiche.

Alla fine della riunione si decise comunque che, con le dovute cautele, valesse la pena di tentare.

A quelli del Mastodont, che ormai erano in orbita attorno a Venere, fu comunicato che il luogo prescelto per l'atterraggio era il prato dell'Arena civica e la data, se a loro stava bene, era il 25 aprile calendario terrestre alle 15 PM.

I vegani si dissero entusiasti.

Non rimaneva che organizzare i festeggiamenti, ma in modo che se il tutto si fosse rivelato una bufala se ne potesse uscire di soppiatto.

Dunque, tutti all'Arena a festeggiare la festa della Liberazione, con la fanfara dei bersaglieri, la banda dei tranvieri dell'Atm, quella dell'aeronautica e quella dei carabinieri. Erano annunciati anche un'esibizione degli squadroni a cavallo della Pastrengo e un passaggio dei G-91 della pattuglia acrobatica Francesco Baracca, quella del Cavallino Rampante.


Alle due gli spalti del vecchio stadio napoleonico erano già gremiti; fiori ovunque, centinaia di bandiere tricolori e bianco crociate ambrosiane garrivano alla brezza primaverile contro il cielo senza nuvole. Sul pulvinare il sindaco con la fascia tricolore, il prefetto intervenuto d'ufficio, la giunta e i consiglieri comunali. Il telescopio di Brera scrutava l'azzurro. La radio di piazza Beccaria bolliva.

"Mastodont a centrale Milano, ci sentite?"

"Forte e chiaro Mastodont. La vostra posizione."

"Terra, abbiamo superato la Luna. E' piena di buchi, ma non è di formaggio come raccontate ai vostri bambini"

"Beccaria a Specola, li avete avvistati?"

"Negativo, Beccaria, negativo"

"Roger, Mastodont, oramai lo sappiamo anche noi, Ci sono stati gli americani. Posizione attuale?"

"Centrale Milano, vediamo l'Europa, arrivo stimato in 17' 15"."

"Specola a Beccaria, ancora nessun avvistamento. Ripetiamo, cielo sgombro."

Vigile Colombo: "L'ho detto io, che ci pigliavano per il culo."

"Mastodont a Terra, vediamo la città e le sue splendide campagne. Avvistata l'Arena, arrivo in 30" Quanta gente! Venti…, dieci…, nove…, otto … Atterraggio!"

Il prato rimaneva deserto. Cuzzolin, che con la cuffia alle orecchie seguiva i dialoghi radio, col pollice verso fece un gesto a Bucalossi. Questi ne fece uno al direttore di scena e la fanfara dei bersaglieri partì di gran carriera sulla pista dei quattrocento.

Dopo due ore di spettacolo, col carosello dei cavalieri, la fantastica rappresentazione della carica di Isbuscenskij, col terreno che rimbombava e tremava al galoppo sfrenato di cento cavalli, coi cavalleggeri del Savoia a spada sguainata, il rombare degli aerei a volo radente, lo squillare degli ottoni tra la marcia trionfale dell'Aida e il mormorare del Piave, la gente sfollava soddisfatta, chi scendendo le scale, chi attraversando il prato tra le cacche di cavallo.

Il Gioanin Chiesa, un bambino di pochi anni con la manina in quella grande del papà, era tra questi ultimi; a un tratto sentì qualcosa scricchiolare sotto la suola di una scarpa, ma non vi fece troppo caso. La Mastodont era lunga undici millimetri e pesava otto grammi e mezzo.

"Mastodont a Vega sei, Mastodont a Vega sei. Mayday, mayday. Pianeta ostile, pianeta ostile!, ci hanno distru…"






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