ANNO VIII

Articolo del: 14/01/2014

Navigli eccetera (2-3)

Il ponte delle Gabelle - Le bocche del Redefossi - La Milano Monza e la prima stazione ferroviaria di Milano - Nasce "el tombon de Sant Marc" - "El barchett de Vaver" e "la ca’ di scoltor" - Il Castello interrompe la fossa, il Naviglio Morto - Brera e gli alberi più antichi di Milano - La pusterla Beatrice e il bar Jamaica

L'Arena allagata per una naumachia in una stampa ottocentesca
Il bacino di San Marco, dal tombon al Marcellino

Attorno al progetto di collegamento del naviglio della Martesana a quello interno, gli ingegneri ducali realizzarono inconsapevolmente un vero e proprio piano di urbanizzazione generale i cui sviluppi si completeranno nei decenni e addirittura nei secoli successivi.

Prima di arrivare a Milano, il canale era rimasto fermo alla Cassina de’ pomm per venticinque anni per le difficoltà di superare il dislivello discendente tra i due punti; quando vi giunse, nel 1496, non esistevano ancora le mura spagnole e, quindi, non sappiamo con esattezza dove fosse collocato il ponte delle Gabelle(34), il confine “reale” della città, quello cioè dove si pagava per entrarvi. Era comunque molto esterno alle mura, a monte della conca dell’Incoronata , probabilmente all’attuale incrocio di via Melchiorre Gioia con viale Monte Grappa dove poi, una volta costruiti i bastioni, esisteva il ponte di circonvallazione.

Tutta la pittura ottocentesca indica questo ponte, che non era certamente quattrocentesco, come “ponte delle Gabelle” per cui è possibile che quello antico e quello più recente coincidessero. Tra il ponte e la conca, erano situate con funzione di scolmatore ordinario e di piena anche le bocche del RedefossiI>(35). Originariamente quindi, come per la darsena, siamo fuori dalla cinta cittadina, ma non valgono le stesse regole e l’intero bacino è sottomesso al dazio, almeno per quanto riguardava persone, natanti e carichi che vi arrivassero per via d’acqua: in pratica era come se il centro urbano si fosse esteso.


Il laghetto di San Marco negli anni venti. La banchina d'attracco, le lavandaie, Ca' Medici sullo sfondo, le due belle case, ancora esistenti, all'imbocco di via Montebello. Sull'angolo di una, la bottiglieria Villa, oggi El tombon.
Quella sorta di cuneo che si protende a nord della Milano medievale è però particolarmente vitale e rappresenta a suo modo il primo nucleo di continuità tra Milano, la sua futura periferia e il suo Hinterland: la maggior parte dei traffici sono rivolti, per ragioni geografiche e politiche, verso nord ed est, la locale ricchezza d’acque favorisce agricoltura, orticoltura e il diffondersi degli opifici, finché nei primi decenni dell’Ottocento vi fu insediata la prima ferrovia che da Milano raggiungeva Monza e, successivamente, Como. Le ferrovie portarono le industrie e oltre i bastioni si svilupparono forti insediamenti operai. Anche quest’ultimo periodo lasciò tracce che vale la pena ricordare.

L’edificio neoclassico della stazione (1840) esiste ancora ed è un albergo di lussoI>(36). E’ stato fino al 2010 un palazzo di uffici delle ferrovie, poi è stato acquistato da una grande casa di mode che l’ha ristrutturato. E’ all’inizio di via Melchiorre Gioia sulla destra per chi giunge da fuori Milano. Sulla sinistra di fronte, invece, l’edificio liberty, opera dell’architetto Luigi Broggi (1851-1926), uno dei protagonisti dell’eclettismo milanese, dell’Opera pia Cucine economicheI>(37), un tempo affacciato direttamente sul Martesana, che è stato anche sede dei Bagni popolari.

Con la costruzione dei bastioni, il limite amministrativo della città si estese e accanto al ponte delle Gabelle, poco più a est, venne collocata porta Nuova. Per il nostro itinerario sui navigli, nacque in quel momento "el tombon de Sant Marc"(38), il transito che c'è ancora oggi sotto al viale dei bastioni di Porta Nuova. Uscito dal tombone, il naviglio si biforcava: il braccio orientale è quello di cui esiste ancora la traccia nella conca dell’Incoronata, il braccio occidentale iniziava dove oggi c’è il parterre di un chiosco-bar, e dopo un ampio arco rientrava nel letto comune all’incrocio di via Castelfidardo come mostra la fotografia del ponte a doppia arcata. L’immagine, scattata alla fine degli anni venti del secolo scorso, mostra case di solida e bella architettura novecentesca, con alte finestre, poggioli e balconi; case visibilmente progettate per “stare sull’acqua” come si conviene ad un elegante lungofiume, collegato a un ponte solido e leggero.


la conca leonardesca

La conca dell’Incoronata, così chiamata perché il campanile della chiesa omonima era il primo che si vedeva giungendo a Milano, malgrado le miserande condizioni in cui versa , rappresenta un vero e proprio cimelio leonardesco. E’ ad essa che furono applicate per la prima volta le migliorie che Leonardo aveva introdotto per la manovrabilità e la tenuta e le due chiuse (le porte) ne erano, prima di cadere a pezzi, riproduzioni fedeli anche nei materiali impiegati. Subito dopo la conca, sulla destra un braccio morto , quasi un piccolo porto-canale, che si inoltrava nell’area che poi divenne della Manifattura Tabacchi. Oltrepassata la via Castelfidardo, da cui in tempi remoti scendeva il Seveso, il naviglio proseguiva prima lungo ortaglie, rustici e giardini e poi, passato lo stradone di Santa Teresa (o della Moscova quando comandavano i Francesi!, e dopo il 1859), costeggiava (ma solo dai primi del secolo scorso) il retro dello stabilimento del Corriere della Sera.

Passato il ponte de’ Medici che allacciava le due sponde, e dopo il 1860 portava al prolungamento di via Montebello aperto in quell’anno, iniziava la banchina del laghetto, detto di San Marco, che serviva da porto per le merci in arrivo e in partenza per l’Adda e da “capolinea” al barchett de Vaver(39), la quotidiana barca-corriera per Vaprio d’Adda oltre a quelle destinate, dopo il 1777, direttamente al lago di Lecco. Il laghetto è l’altro porto di Milano e svolgerà questo ruolo sino agli inizi del novecento. Fino alla costruzione delle due robuste case di ringhiera (all’inizio 1900, agli angoli con via Montebello), con ampi cortili pieni di artigiani e di bambini che giocavano, il paesaggio era dominato dal regolare parallelepipedo di Ca’ Medici(40). Sempre dominante, non per mole ma per nobiltà di linee(41) , è ancora lì. Ha visto le acque ritirarsi, il laghetto riempito da un orrendo autosilo(41) , le auto incistarsi come pustole sull’asfalto che ha sostituito, senza discriminazioni, acqua, granito, ciottoli, rive erbose; nel tempo ha persino trovato, dal 1864, un secondo nome per essere nota, la ca’ di scoltor, la casa degli scultori, complice una sciostra installatasi dove l’Inganni dipingeva giochi di bimbi. Vi approdavano marmi tra i più belli di quelli che scendono dalle nostre montagne e vi misero studio, tra gli altri, il Bolgiani, il Dal Bosco, il Tantardini(43) (Alberto da Giussano con la spada sguainata), il Fraccaroli, Enrico Butti (monumento a Giuseppe Verdi), il Barzaghi (Alessandro Manzoni, in piazza San Fedele), Giuseppe Grandi (monumento alle Cinque giornate), Vincenzo Vela. Scapigliati e non, passarono tutti da Brera, o come allievi o come insegnanti, e la scultura milanese non ebbe mai una stagione altrettanto felice.

Il ponte di via Montebello era tristemente noto come ponte dei suicidi. “Ragazze tradite e uomini disperati venivano … ad annegare nell’acqua torpida del Tombone le pene dell’amore e quelle della miseria”, dice Riccardo Bacchelli e gli fa malvagia eco il podestà(44): “Il naviglio è un pericolo sociale per l’attrazione che esercita sui deboli e sui vinti di una grande metropoli” .


La fabbrica di cioccolato


Architettura borghese lungo il naviglio di San Marco, all'altezza del ponte di via Castelfidardo. Alcuni edifici e parte del ponte esistono ancora.
Dal laghetto(45) l’acqua usciva, a sud, attraverso la conca grande di San Marco, che con il suo metro e settanta di salto era la più alta dell’intera cerchia, e appena contornato il sagrato della chiesa ne affrontava un’altra, la conca del ponte Marcellino, prima di immettersi in via Fatebenefratelli. Due ponti, Pontaccio dalla via omonima al sagrato e il Marcellino, oltre la chiesa, consentivano la circolazione stradale. Accanto alla seconda delle due conche una ruota idraulica ne sfruttò il “salto” fino al tempo della copertura, dando energia meccanica a una fabbrica di cioccolato, la “Theobroma”(46). Lungo le banchine vi erano diversi uffici di spedizionieri.

Ad ovest (a destra per chi esce da via San Marco), il breve tratto chiamato del Naviglio Morto, quello che alle origini si allungava fino a porta Giovia e oltre completando il primitivo anello della fossa.

Vicende come le lotte di Milano con il Barbarossa vengono vivisezionate dagli storici, ma stimolano fortunatamente anche disegnatori, incisori, pittori. A noi sono particolarmente utili le diverse ricostruzioni geotopografiche della città prima e dopo la sua distruzione(47) . Sono tutte ricavate da fonti letterarie e non archeologiche, ma tutte concordano sul fatto che i terraggi furono elevati ben distanti dalle precedenti mura romane a protezione di un territorio (abitato, coltivato, disseminato di chiese e conventi) divenuto vitale per la città e che il fossato era un anello continuo attorno all’intero perimetro.

La cartografia successiva è meno sistematica ed è più difficile determinare con esattezza quando la fossa fu interrotta. Il primo castello a cavallo di porta Giovia e del canale fu eretto da Galeazzo Visconti tra il 1360 e il 1370 e possiamo prendere questa data come quella della prima interruzione nell’anello d’acqua e che, per successive fasi, portò fino alla situazione ottocentesca.

Furono certamente le grandiose fortificazioni spagnole, iniziate con la costruzione dei bastioni e terminate nel seicento a interrompere definitivamente il collegamento con la loro estensione. Del resto al castello, a quel punto contornato da una stella di bastioni a dodici punte in un intrico di fossati, occorreva ben più acqua di quanta potesse portargliene la fossa: al suo interno, tra lo sfacelo della splendida dimora viscontea e sforzesca, viveva stabilmente una guarnigione di duemila uomini, vi erano un ospedale con farmacia, due chiese, scuderie, un panettiere con due forni, numerose botteghe artigiane, un’osteria, una nevera, oltre agli ovvii magazzini, armerie, depositi, officine e quant’altro occorrente alla cittadella. Molta acqua viene attinta dalle rogge e dai piccoli fiumi provenienti da nord e da nordovest, ma non basta. Se osserviamole due tavole del 1818 del Genio Civile riprodotte in calce, in una rintracceremo il percorso del Naviglio Morto, nell’altra vedremo che dal Martesana, tra il tombone e la conca, dalla sponda destra in faccia al Redefossi, si stacca un canale che si avvia a occidente lungo le mura. E’ la roggia Castello, che arrivata a porta Tenaglia(48) entra in città, giunge all’Arena e ne rende possibile l’allagamento e gli spettacoli d’acqua che tanto piacevano nell’ottocento, e dividendosi in due rami soddisfaceva anche le esigenze del castello(49), uscendone poi in un canale sotterraneo, in pratica una fogna, che sversava nel naviglio di san Girolamo.


La "Grande Brera"

I numerosi ponti di Milano non sono mai stati celebri per la loro architettura, al massimo abbelliti da qualche fregio o statua(50), ma il Pontaccio doveva essere proprio trascurato per meritarsi questo dispregiativo: ha dato nome a una strada per la quale, forse, il naviglio non è mai sceso. A sinistra guardando l’Accademia già agli inizi dell’ottocento vi era una palazzina circondata dall’acqua su tre lati, con la parte posteriore sul piccolo bacino trapezoidale, un semplice allargamento per consentire le manovre dei barconi, che è tuttora riconoscibile nel tracciato stradale. La casa, molto ben restaurata, esiste ancora con quella accanto, più piccola e un tempo parimenti lambita dalle acque, che ha ospitato , dal 1911, il Jamaica , uno dei più noti ritrovi cittadini nonché celeberrimo locale jazz.

L’acqua (Naviglio Morto) sottopassava poi via Brera e scendeva per il vicolo, ora privato, tra le vie Pontaccio e Fiori Chiari fino al vicolo Fiori dove si esauriva. A chiudere via Brera, la pusterla omonima o pusterla Beatrice, dal nome della consorte di Lodovico il Moro, che fu abbattuta nel 1860.

Tornando, invece, all’acqua che scorreva, imboccata quella che un tempo era la strada Fate Bene Fratelli, il naviglio del Marcellino lascia sulla destra il monumentale complesso di Brera: prima del 1300 era una braida cioè, nel tardo latino, un campo suburbano. Gli umiliati vi costruirono un convento che divenne la loro sede principale in Milano. Nel 1571, sciolto l’ordine, Brera passò ai gesuiti che ne fecero una grande e importante scuola, chiamandola università. Fu però nel 1773, soppressi anche i gesuiti, che Maria Teresa d’Austria, ne fece quello che è ancora oggi, cioè un centro di cultura pluridisciplinare in cui sono ospitati la Biblioteca nazionale Braidense(51), l’Accademia di Belle Arti, la pinacoteca Nazionale, l’Orto botanico, l’Osservatorio astronomico e l’Istituto Lombardo di scienze e lettere. I lavori del palazzo, iniziati nel 1591 dall’architetto barocco Francesco Maria Richini, furono ultimati nel 1776 dal neoclassico Piermarini. L’orto botanico è più un giardino d’epoca, ma di sorprendente bellezza visti gli spazi ristretti (5000 metri quadrati), e ospita i due alberi più antichi di Milano, due esemplari di gingko biloba(52) che risalgono ai tempi della fondazione. Grazie anche alla collaborazione dell'Università Statale è meta frequentatissima dalle scolaresche.

All'inizio del 2014 sono finalmente partiti i lavori per la realizzazione della "Grande Brera", un progetto inteso ad ampliare e rendere più fruibili gli spazi espositivi della pinacoteca che, tra l'altro, possiede molte opere di assoluto rilievo che non trovano una parete nelle sue sale. Il progetto prevede il trasferimento della sezione didattica dell'Accademia di belle arti nel complesso delle ex caserme di via Mascheroni e il restauro funzionale del settecentesco palazzo Citterio, al civico 14 di via Brera, che con il complesso museale ha la contiguità attraverso i giardini posteriori. Aree, spazi ed edifici sono già disponibili. Altrettanto non può dirsi delle risorse necessarie, risultando finanziato il venti per cento delle opere previste. Esiste obiettivamente il rischio che i lavori iniziati restino incompiuti o sospesi per lungo tempo, ma non partire comportava il rischio della perdita di quanto già stanziato e soprattutto eludere un'esigenza reale della città.

Con l'allontanamento di scuola e studenti, si completa la trasformazione del quartiere iniziata negli anni cinquanta del secolo scorso. Quella che poteva essere considerata la Montmartre milanese, è diventata un'area turistica del tutto per bene, tra abitazioni di lusso e locali dai prezzi salati, disseminata da lettrici di carte e tarocchi e venditori di cianfrusaglie. A metà del secolo scorso era ancora un quartiere popolare, malfamato, bohèmien, intellettuale. Ospitava, fino alla legge Merlin (1957) alcune case di tolleranza, numerose bottiglierie, bar e osterie, trattorie a buon mercato, musica un po' dovunque. Al citato Jamaica faceva concorrenza "Il due", all'angolo di via Formentini con via Madonnina: Un pianoforte al pianoterreno tra la folla del bar, una band nei meandri sotterranei che si raggiungevano con una scala a giorno, senza ringhiera, lungo l'umida parete in mattoni. Soffitti a volta, anditi tra muraglioni perforati e fondazioni chissà di quando e di cosa. Artisti, pittori, studenti, giornalisti, giovani arrabbiati, politici, sindacalisti, operai, artigiani, perdigiorno, ubriachi e alcolisti. Una fauna umana oggi irradunabile.


Note e divagazioni

34) E’ abitualmente indicato proprio come il ponte della strada di circonvallazione, prolungamento dell’attuale via Monte Grappa.

35) Si potrebbe fissare al 1496 la data di nascita del canale, ma ne esisteva uno precedentemente con funzioni analoghe (vedi il capitolo Redefossi)

36) Poche decine di metri più avanti, sempre sulla sinistra, la stazione, ora caserma Cinque Giornate della guardia di finanza, di quando alla linea per Monza si aggiunse quella per Como

37) Questa “mensa popolare” (fondata nel 1883), non unica in città, offriva a prezzi contenutissimi pasti dignitosi al proletariato industriale fittissimo in quell’area densa di industrie e di cantieri e servizi ferroviari. Era una forma di sostegno non all’estrema indigenza ma a chi, senza un aiuto, rischiava di esserne risucchiato.

39) E’ quello immortalato ne L’albero degli zoccoli, di Ermanno Olmi i cui esterni furono però girati sul Naviglio Grande.…

40) Nessuna parentela coi Medici fiorentini. Famiglia milanese non aristocratica nota dalla metà del 1400 con Bernardino de’ Medici, padre del Medeghino (piccolo Medici), condottiero, capitano di ventura, fatto marchese di Marignano nel 1532, per i suoi servigi, dall’imperatore Carlo V. 41) Nemmeno un restauro ben poco filologico è riuscito a guastarlo del tutto. La massa incombente all’estremità sinistra, quel tetto senza un comignolo, quelle finestre a specchio…No comment. Purtroppo anche da via Solferino, 28.

42) E’ curiosa la toponomastica dell’ampio piazzale: sotto Ca’ Medici si chiama via Montebello, sulla sinistra guardandola è via Ancona e, sul lato di fronte, è via San Marco.

43) L’unico a essere ricordato da una lapide, sulla facciata in via Montebello.…

44) Giuseppe Capitani d’Arzago, durante il dibattito in consiglio comunale sulla chiusura dei navigli, 1929.…

45) Un braccio morto scendeva da via Ancona per via Cavalieri del Santo Sepolcro verso San Simpliciano (piazza Paolo VI)

46) Tutte le ruote idrauliche di Milano, per la modestia dei dislivelli, funzionavano ricevrndo il flusso corrente, opportunamente "strozzato" per imprimergli pressione e velocità, sulls parte inferiore. 47 Galvano Fiamma, Chronica extravagans, seconda metà XIV secolo: il fossato è intero. Opicino de Canistris, De laudibus civitatis ticinensis, 1320: lo stesso, come per il Grazioli (1735), il Giulini (1760) e il Fumagalli (Topografia di Milano assediata dall’Imperatore, 1778), probabilmente disegnata da Domenico Aspari. Concordano anche Ugo Manneret de Villard (Milano nel 1300, Milano 1917) e S. Lewis (Milano nel 400, Berkley 1988). In Milano nei secoli bassi, elaborata dall’UTCM nel 1878 compare il castello a cavallo del fossato, mentre una prima deviazione attorno alle sue mura (non un’interruzione) si trova in un disegno di Piero del Massajo del 1472.

48) Porta Tenaglia si apriva sull’attuale piazzale Biancamano, proprio di fronte all’omonima via che raggiunge ad angolo acuto via della Moscova. Nelle mura spagnole si sarebbe collocata dove i bastioni di porta Volta piegavano ad angolo retto verso il castello. L’uso del condizionale è d’obbligo perché la porta sarebbe stata chiusa proprio al compimento di quel tratto delle fortificazioni spagnole (1592) e per questo si pensa che tali fortificazioni possano essere attribuite a Francesco Sforza. Il nome deriverebbe dal fatto che una seconda fortificazione scendeva al castello dal borgo degli Ortolani (oggi via Canonica), proteggendolo “a tenaglia”. E’ una pagina della topografia milanese mai del tutto chiarita, di cui l’unica cosa certa resta un toponimo.

49) Anche se le notazioni topografiche fornite sono ottocentesche, la roggia esisteva già nel seicento.

50) Il più spettacolare era quello all’imbocco del naviglio Pavese, con l’indebito “trionfo“ a Filippo III di Spagna, vedi capitolo precedente.…

51) Tra le ragioni che spinsero Maria Teresa a volere una nuova biblioteca pubblica a Milano, quella della “scarsità”, presso l’Ambrosiana ricchissima di codici e testi manoscritti, di libri a stampa.…

52) E’ un albero che arriva dalla Cina e direttamente dal giurassico (150/200 milioni di anni fa). Oggi è abbastanza comune nei giardini di tutto il mondo a clima temperato, nel Settecento era una rarità. Secondo la tradizione orientale possiede qualità farmaceutiche, ma la sua particolarità è data dal colore oro puro che assumono le sue foglie in autunno.



Due tavole del Genio Civile, qui sopra e accanto, a destra, datate 1818, La prima mostra il complesso nodo idrico di collegamento del Martesana con il naviglio di San Marco
Il laghetto di San Marco e il suo collegamento con la fossa interna. In basso a sinistra, il Naviglio Morto
Una pagina del Codice Atlantico di Leonardo con appunti sulle conche. E' da pagine come questa che nacque la leggenda di Jeonardo inventore del dispositivo




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