ANNO VIII

Articolo del: 14/01/2014

Cos’è il tombone di san Marco

Acque cupe e misteriose dove oggi c'è un autosilo; tombe, equivoci e leggende metropolitane per un banale passaggio sotto le mura spagnole

Da Giuseppe Banfi, Vocabolario milanese-italiano ad uso della gioventù, 1857: “Tombon, tombone. Nome di due grandi varchi o voltoni nelle mura della nostra città sotto i quali scorre il Naviglio, l’uno detto di San Marco e l’altro di Viarenna”.

Spesso, sbagliando, l'appellativo viene attribuito al laghetto (darsena) che si apriva più a valle. Oggi tale errore può essere indotto da una vecchia osteria con quel nome che ancora si apre dove iniziava il laghetto. A sostegno del Banfi possiamo portare anche il Cherubini e l’Arrighi, ma non c’è nulla da fare: tombon come accrescitivo di fossa, tomba, è poetico e irresistibile. Ci son caduti, ci cadono e ci cadranno in tanti. Tra loro ci stupisce Vittore Buzzi, maestro nella toponomastica meneghina, che nel suo dizionario dice:…”e dalla darsena detta tombòn de san March perché qui sorgeva il cimitero soppresso da Francesco Sforza nel 1469 per l’ampliamento del naviglio”.Grafia e date sbagliate rigorosamente sue, inventate di sana pianta. Vorremmo sapere come ha fatto Francesco Sforza morto nel 1466 a far di molte tombe un tombone nel 1469 e, per di più, su un naviglio che sarebbe arrivato lì soltanto nel 1496, regnante, ancora per poco, Lodovico il Moro (misteri della Milano nera!).


Ci cadde e ci ricadde Riccardo Bacchelli che per anni sopra quelle acque placide ci abitò, le guardò e ne scrisse: "Ragazze tradite e uomini disperati venivano … ad annegare nell’acqua torpida del Tombone le pene dell’amore e quelle della miseria". Qualcosa, tra quel nome che suonava così truce e ciò che vedeva non doveva però quadrargli, tanto che pensò a una metonimia popolare per giustificarlo (chissà quale tra le tante che concede l’italiano, ma con un nome così? È chiaro dove si va a parare). Nulla di ciò, Maestro: Lei ha sempre visto un laghetto o più prosaicamente una darsena essendone male informato sul nome; mai una grande fossa irta di fantasmi e tristi ricordi. E se passeggiando a qualche centinaio di metri da casa sua si fosse imbattuto nel tombone, quello vero, avrebbe conosciuto un largo cunicolo, non abbastanza lungo da divenir buio al centro, abbastanza ampio perché vi gorgogliassero le acque ancora limpide dell’Adda. Oggi è asciutto e ogni tanto, sotto la sua volta, sota el tombon, mèj, trova riparo qualche derelitto.

Si salva, un attimo prima di ruzzolarvi, persino Dante Isella filologo impareggiabile, conoscitore delle cose di Milano come pochi altri: “…la conca del laghetto comunemente detto Tombone di San Marco …”. Non lo dice lui, lo accetta da altri in un rarissimo, forse unico, attimo di pigrizia.
Tutti questi letterati possedevano però anche la chiave per sdrammatizzare l’errore toponomastico: tombone è parola schiettamente idraulica, come tombino, tombinatura, tomba a sifone eccetera. Perché vederci l’avello, la sepoltura? Possibile che una semplice assonanza mal letta e geograficamente mal collocata abbia prodotto tante fole e tanti convinti epigoni?

Correttamente invece scrive Carlo Cattaneo, ingegnere, buona penna ma non poeta, che nelle sue Notizie naturali prende el tombon dov’è e per quello che è e ne fa il punto zero per la misurazione delle distanze sul naviglio interno. Così possiamo anche noi rispondere alla domanda del titolo, Il tombone di San Marco è il punto dove iniziava il naviglio di Milano, dopo il 1496.





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