ANNO VIII

Articolo del: 24/01/2014

Navigli eccetera (capitolo 3 - 1)



Quando il Martesana fu portato in città, la fossa aveva oltre trecento anni. L’intero bacino di San Marco, dal tombone al sagrato della chiesa e alla conca del Marcellino, con il laghetto e le tre conche, era stato realizzato in un tessuto urbano già delineato dagli insediamenti esistenti ed era, in un certo senso, il naviglio nuovo.

Dalla conca del Marcellino in avanti è il naviglio (la fossa) con le mura che l’accompagnano a essere nato prima delle strutture urbane che gli stanno a ridosso e che, pertanto, ne sono state condizionate. La cinta è del 1167, ed era stata costruita inglobando, tra sé e l’agglomerato cittadino vero e proprio, ampi spazi, anche agricoli. che era opportuno proteggere e difendere in caso di assedio. E’ in questi spazi che crebbe la città medievale e degli inizi del Rinascimento, modellandosi sulla cinta, le sue porte, i suoi ponti e le sue funzioni difensive, fortunatamente mai messe alla prova, ma soprattutto di navigazione e trasporto .

La strada alzaia che accompagnava il naviglio dall’epoca di Azzone Visconti(1) divenne per secoli, invece, il riferimento urbanistico della città che cresceva al proprio esterno. In tempi diversi vi vennero costruite, fiancheggiandola o radialmente, strutture che per le loro dimensioni non potevano trovare spazio all’interno: conventi, ospedali, grange, caserme, scuole, persino regge e palazzi governativi, cimiteri; vicino alle antiche basiliche extramurarie si erano sviluppati borghi.

Borghi, attività agricole e preindustriali erano cresciuti attorno alle acque che entravano da nord e da ovest (il Naviglio Grande, l’Olona, il Nirone, il Garbogera, il Seveso, il Martesana) o che ne uscivano da sudest (il Ticinello, il Redefossi, il Lambro merdario, la Vettabbia). Quando gli Spagnoli a metà del XVI secolo decisero di difendere Milano con nuove mura, circondarono coi bastioni senza modificarla una città strutturata, e che continuerà a esserlo, sull’acqua, con la fossa interna a farle da cerniera. Una città più ampia, ma non diversa.

Lungo quella cerniera scendiamo ora, partendo da via Fatebenefratelli, sulle strade che hanno coperto il cerchio d’acqua che ha abbracciato Milano per otto secoli. Sono, oggi, soltanto una circonvallazione di servizio, e non assomigliano molto ai boulevards promessi alla città quando si coprirono i navigli. Sono, però, vie cariche di memorie che, ogni tanto, vale la pena di risvegliare.



Dal Marcellino a porta Nuova

La funzione delle sciostre

Lungo la vecchia cinta esistono altri esempi simili, ma questo è il più esteso in lunghezza e i due cerchi concentrici del naviglio e delle fortificazioni risultano particolarmente evidenti. Non mancano naturalmente le “fratture”, ma non sono molte e sono state create generalmente per esigenze urbanistiche diverse da quelle addotte all’epoca della copertura. Le più significative sono via dei Giardini, necessaria alla nuova Stazione Centrale; via Mascagni, nel secondo dopoguerra, per dare continuità alla via Borgogna; largo Augusto, progettato con la chiusura del naviglio, ma pensato, ripensato e mal realizzato tanto che se ne esce da un passaggio poco più agevole di un ponte e vi entrano solo i mezzi pubblici dallo spazio, allargato, del vecchio ponte di porta Vittoria. È una polemica sterile, la nostra, perché fatta con decisori vecchi di un secolo , ma appare sempre più evidente che il problema navigli poteva avere altre e più coerenti soluzioni.

Fino al 1865, dal ponte Marcellino, e la prospiciente via Borgonuovo, fino a piazza Cavour non si incontravano sbocchi laterali se non, sulla sinistra, la strada di Sant’Angelo poi di Porta Nuova, nella stessa posizione di oggi. Su quel lato di via Fatebenefratelli, dove ora ha sede la Questura centrale, vi era lo spazio occupato dall’ospedale e dal convento dei frati infermieri , assieme al convento e alla chiesa dei frati minori di Sant’Angelo, che ancora nel 1860 racchiudeva un bosco, enormi giardini e orti ricchi d’acqua, oltre a molti chiostri, un’infermeria e laboratori . L’intero isolato, che andava da corso di porta Nuova a via Manin, allora strada della Cavalchina , fu frazionato e urbanizzato negli anni immediatamente seguenti con la costruzione della via Montebello (1860), parallela alla via Fatebenefratelli, e la trasversale via Cernaia e tutto il reticolo viario odierno, sostanzialmente completato attorno al 1880.

Lungo il percorso, però, il cambiamento più radicale avvenne con l’accennata apertura di via dei Giardini, ancora oggi una delle più belle della città. Era il 1925 e si stava costruendo la nuova Stazione Centrale cui bisognava dare adeguato accesso. La ricchissima famiglia Perego abitava un palazzo in via Borgonuovo, prolungamento verso Brera di via Monte Napoleone; nel 1778, venuti in possesso degli orti del soppresso monastero di Sant'Erasmo, retrostanti il loro palazzo, i Perego fecero costruire un giardino che giungeva fino alle case che davano sul naviglio. A progettarlo fu Luigi Canonica: era un parco dai viali squadrati, con una grande serra neogotica e una peschiera al centro . Fu lo stesso Canonica a riprogettarlo pochi anni dopo dandogli forme più aderenti allo stile inglese. Nel 1925 intervenne, tra i Perego e il comune di Milano un compromesso per cui una lunga fascia del loro parco sarebbe diventata l'attuale via dei Giardini e la porzione settentrionale, oramai isolata, sarebbe stata acquisita all'uso pubblico: oggi, col nome Perego, è il più piccolo parco cittadino. I relativi lavori si conclusero nel 1930.

Allo sbocco di via Fatebenefratelli dove il naviglio ha un’ansa a destra per assecondare il vecchio andamento delle mura, ecco la medievale porta Nuova, gli archi che separano via Manzoni da piazza Cavour . Contrariamente alle altre, la porta Nuova delle mura spagnole non verrà allineata con questa, anche se le strade che vi si dipartivano avevano la medesima destinazione (Brianza Comense e Monzese).

La porta, come detto, è assai ben conservata. Fino al 1861, arrivando sulla piazza, alla sinistra esisteva la chiesa di san Bartolomeo, quella dove era stato battezzato Carlo Porta (“Sont nassuu sott a sant Bartolomee”, dice di se stesso il poeta), abbattuta per costruire corso Principe Umberto, oggi via Turati, che portava alla prima Stazione Centrale . Di fronte alla porta medievale si delineavano i confini e le strutture dei Giardini pubblici, prima completati solo nella parte orientale: i lavori furono conclusi nel 1859 ricomprendendo la proprietà e palazzo Dugnani, trasformandone gli orti in un giardino naturalistico all’inglese per opera dell’architetto Giuseppe Balzaretto. Gli orti prima erano dati in affitto a contadini che abitavano sulla strada Isara, l’odierna via Palestro. Questo di strada Isara è un caso curioso, perché sulla stessa via si affacciavano, per alcuni decenni e a poca distanza tra loro, case contadine e la Villa Reale. In piazza Cavour, il monumento allo statista fu inaugurato il 5 giugno 1886: la base in pietra, con la personificazione della Storia che ne scrive il nome, fu realizzata da Antonio Tantardini, mentre la statua in bronzo è di Odoardo Tabacchi.



Il “naviglio nobile", la sponda sinistra

Da piazza Cavour, si scendeva per quello che, dal Settecento, fu il tratto più “nobile” del naviglio. La strada che fiancheggiava il canale era quella di San Pietro Celestino, la chiesa barocca col piccolo sagrato rientrante, situato poco prima della cantonata con corso Venezia (allora contrada di porta Orientale) ; oggi è via Senato. Sul lato sinistro, all’inizio, una fila di case modeste, che non sopravvivranno a lungo, nascondeva l’imponente complesso della Canonica, la Casa degli Umiliati di Brera che inizierà a essere rimaneggiata nel 1865 e poi demolita per fare spazio al Politecnico .

Subito dietro e appresso, i giardini e la villa Reale, progettati gli uni e l’altra da Leopoldo Pollack e realizzati tra il 1790 e il 1796, e la straordinaria prospettiva di tigli, olmi e ippocastani creata dal Piermarini e che andava dal naviglio sino ai nuovi Giardini Pubblici (1783) sotto i bastioni di porta Orientale. Già cent’anni prima, la famiglia dei nobili Marina aveva attrezzato a passeggio pubblico, a proprie spese, lo spazio tra la via che poi prenderà il loro nome e i Boschetti che vi correvano paralleli: i cronisti della fine del seicento descrivevano il posto come un luogo di delizie, suggestivo per le sue bellezze naturali. E’ perciò logico che con i lavori e gli abbellimenti successivi, fin dai tempi di Maria Teresa d’Austria, di suo figlio Giuseppe II e poi col regno d’Italia, l’ampio comprensorio fosse diventato mèta della nobiltà e dei ricchi milanesi come luogo di ritrovo e di passeggio.

E’ galoppatoio al mattino, sfarzoso corso di carrozze e tranquille passeggiate tra boschetti, radure e giochi d’acqua nel pomeriggio, luogo di ritrovo per gentiluomini e gentildonne la sera, con musica, ristorante, caffè e ballo negli ampi padiglioni e fuochi d’artificio: è il Faxall, aperto nel 1791 dall’impresario veneto Giuseppe Canton, sul modello dei famosi Vauxhall Gardens di Londra , di cui anche il nome usato dai milanesi è una storpiatura. Al di là dell’atmosfera, lontana dalla rigida formalità dei salotti, la mondanità vi si nutre di se stessa e tutti vanno per vedere chi c’è. Tra il vicereame austriaco e gli splendori napoleonici, Milano vive, fino alla Restaurazione (1814), uno dei suoi periodi più intensi .

Ad alimentare laghetto e ruscelli di villa Reale era la roggia Balossa, che proveniva dal nodo di segmentazione delle acque del Martesana tra il tombone e la conca dell’Incoronata : dal piazzale di porta Nuova, la roggia Balossa contornava l’area già destinata ai giardini fino all’altezza di via Marina, poi scendeva perpendicolarmente a sud. Dopo il ’59, la roggia entrava invece dal vertice nordorientale, dove via Manin incontra ancora oggi i bastioni, e alimentava lo scenografico susseguirsi di ruscelli e stagni della parte naturalistica e inglese del nuovo parco, poi lo attraversava in diagonale, sottopassava via Palestro e tornava sul primo percorso accanto alla villa Reale, terminando nel naviglio in via Senato.

Nello scenario idrico, erano comprese anche piccole cascate: per ottenerle era necessario sollevare l’acqua. Il 9 dicembre 2010, un utente di SkyscrapersCity, di nome Francesco e nickname Gambero ha postato sul sito un articolo/ricerca sul ritrovamento, all’interno del giardino del Pollack, di un molino sotterraneo accoppiato a una pompa (una norìa, in realtà) per il sollevamento dell’acqua: è quasi certamente l’ultima sopravvissuta in città e, visto il suo stato di buona conservazione, non possiamo che associarci all’idea di renderlo visibile al pubblico. Per ora suggeriamo soltanto di godervi l’ottimo testo e le fotografie sul sito che vi abbiamo segnalato.

Anche i Giardini pubblici furono interessati dai bombardamenti: una bomba esplose non lontana dall’isolotto su cui si ergeva la statua a Carlo Porta, danneggiandola. Quando si tentò di rimetterla assieme ci si accorse che era fatta di gesso e conglomerato e non del marmo previsto e la si dovette buttare. È per questo che oggi ce n’è una di bronzo, un po’ malinconica, al Verziere .

Riprendendo la nostra discesa per via Senato, sempre sulla sponda sinistra del naviglio, troviamo il palazzo dell’Archivio di Stato, con l’armoniosa facciata barocca ideata dal Richino. L’edificio nacque come nuova sede del collegio Elvetico per volere di san Carlo Borromeo (1608), per formarvi il clero in grado di opporsi alla Riforma nelle valli svizzere che allora appartenevano all’archidiocesi di Milano . Sorto sull’area di un convento femminile delle Umiliate (monastero di Vigevano), il suo primo architetto fu Fabio Mangone, capomastro della Fabbrica del Duomo, cui si deve il primo cortile, con doppio ordine di logge architravate, molto equilibrato e rispondente a canoni classici. Morto per peste il Mangone nel 1629, gli subentrò il Richino, autore della facciata e di un secondo cortile, identico al primo, costruito anch’esso sull’area di un convento degli Umiliati, il monastero di San Primo . Giuseppe II d’Austria lo volle come sede del governo e sfrattò (10 aprile 1786) i seminaristi, in quindici giorni, al non lontano palazzo della Canonica . Due, essenzialmente i motivi della scelta: la capienza, per cui l’edificio sarebbe riuscito ad ospitare tutti e sette i dipartimenti nei quali era strutturato il nuovo governo con il vantaggio di semplificarne il coordinamento e il lavoro comune e, in secondo luogo, l’isolamento fuori città che non avrebbe distratto gli impiegati dal loro lavoro. Ad ogni buon conto, per renderli immediatamente riconoscibili, li dotò di una divisa militaresca.

Nel periodo napoleonico il palazzo fu sede della Camera bassa durante la repubblica Cisalpina e del Senato durante il regno d’Italia. Il prestigio dell’istituzione ha fatto sì che il nome restasse sia al palazzo sia alla strada. Oggi ospita l’Archivio di Stato . Danneggiato dai bombardamenti aerei dell’agosto ’43, per la ricostruzione e il restauro si scelse la linea della massima salvaguardia per la facciata e per i cortili, mentre le strutture interne vennero adattate alle funzioni e oggi il palazzo oltre a uffici, gabinetti di consultazione e lettura, sale per eventi, ospita ben quaranta chilometri di esposizione lineare e ciò ha consentito di raggruppare altre collezioni.


La sponda destra fino a porta Orientale

Sul lato opposto della strada, tra il naviglio e i terraggi della parallela contrada della Spiga, già dal seicento si allineavano alcune ricche residenze che gradualmente si ampliano e allargano i loro giardini sul canale: nella carta di Milano del 1865 stampata da Vallardi, il tratto da piazza Cavour a via Sant’Andrea è ancora un unico susseguirsi di giardini affacciati sull’acqua, impreziositi da balaustre ornate, balconi, scalinate e approdi. Nella pianta Vallardi del 1883, quello spazio è già ridotto alla metà: il naviglio era ancora scoperto, ma la tentazione di mettere i mattoni al posto degli alberi non era cosa nuova neppure allora.

In diversi casi si costruì direttamente sulla spianata dei giardini ed è questa la ragione per cui una serie di palazzi, in via Senato, hanno il corpo di fabbrica soprelevato e più o meno rientrato rispetto al fronte stradale. Fu la guerra, comunque, a lasciare molte macerie in quella sfilata di palazzi che i milanesi designavano collettivamente come i caa di sciori, le case dei ricchi. Tra i primi a essere sacrificato fu il bel giardino di c Casa Fontana-Silvestri, all’angolo con piazza Cavour che arrivava fino in contrada delle Spighe: mutilato da quel lato, sopravvisse verso il naviglio fino alla sua copertura. Ne è rimasto uno scampolo, probabilmente era il minuscolo approdo del nuovo palazzo.

Più esteso, ancora oggi, il giardino seguente di fronte a via Marina, quello del seicentesco palazzo dei conti Pertusati, nobiltà asburgica. Il palazzo aveva già una facciata su contrada delle Spighe ma fu rinnovato nel 1789 con un’altra neoclassica, verso il naviglio, dall’architetto Simone Cantoni (1739-1818): era imponente, con un ordine di colonne giganti e attico con balconata e un giardino disegnato dallo stesso architetto. Distrutto dai bombardamenti è stato rimpiazzato da un edificio anonimo con qualche elemento decorativo recuperato nel portichetto verso il giardino.

Poco oltre, quasi all’angolo di borgo Sant’Andrea, vi era casa Branca. Da una sua finestra o balconata, Domenico Aspari disegnò (1787) una delle sue sedici celebri Vedute di Milano , quella del palazzo del governo, e nei suoi salotti facevano musica, tra gli altri, Donizetti, Rossini, Liszt e Giuditta Pasta.

Il ponte di Sant’Andrea, come del resto l’omonima via oggi, era il primo passaggio che attraversava la fossa interna per uscire dal centro; poi il naviglio, sempre bordato di giardini (dov’è oggi l’hotel Carlton), si avvicinava alla conca di porta Orientale con una corta biforcazione per dare agio ai barconi di incrociarsi: sulla banchina ribassata, una sciostra (marmi e materiale da costruzione) e gli ormeggi per aiutare il non facile ingresso dei natanti nel bacino, angolato rispetto al filo della corrente. Quando nel 1820 vennero effettuati lavori sul ponte per il nuovo allineamento del corso e si risistemò la conca furono rimossi anche alcuni mulini, gli ultimi a funzionare lungo la fossa interna.


Note e divagazioni al terzo capitolo

La casa più antica di Milano è Casa Silvestri Fontana, al numero dieci di corso Venezia e risale al XII secolo. Per un certo periodo fu anche detta la Ca’ del guardian (la casa del guardiano ) perché sorgeva accanto alla porta Orientale e ne ospitava il custode: il naviglio passava appena oltre. I bombardamenti alleati della Seconda Guerra mondiale, specialmente quelli dell’agosto ’43, colpirono duramente la Cerchia dei Navigli, da Brera alla Ca’ Granda. Molti dei siti colpiti poterono essere ricostruiti o restaurati, altri andarono irrimediabilmente perduti, palazzi insigni o case di civile abitazione come in via Fatebenefratelli. L’impianto della città non ne fu però distrutto (ci penseranno amministratori, speculatori e architetti!) e fu proprio il modo come era stata costruita Milano nei secoli a impedire che si scatenasse anche su di noi la tempesta di fuoco, programmata dai comandi alleati, che rase al suolo le città tedesche, Per chi vuol saperne di più: Via Pontaccio-vicolo accanto a via Fiori Chiari, Via Carducci-via Terraggio, via De Amicis-via Lanzone, per esempio. Ne esisteva, fino agli anni cinquanta, un esempio ancor più significativo, da porta Romana all’altezza della pusterla dei Fabbri (incrocio Cesare Correnti via Caminadella), ma è andato distrutto in quegli anni e ne rimangono brevi spezzoni di cui, comunque, parleremo. Chi scelse allora non poteva avere idea del tumultuoso sviluppo dell’automobile e neppure dei provvedimenti che sarebbero stati presi nel tempo per attenuarne la morsa o della distinzione, che sarebbe venuta parecchi decenni dopo, tra traffico privato e pubblico. Al di là di ogni giudizio di merito, resta il fatto che oggi la circolazione all’interno della Cerchia dei Navigli è, con sufficiente o insufficiente efficacia, limitata e che gli accessi “liberi” sono numericamente inferiori a quelli di un tempo. Era collocato con il lato meridionale sulla via Fatebenefratelli, mentre più a nord, verso i bastioni, c’era l’ospedale Fatebenesorelle che divenne nel novecento il nucleo dell’attuale nosocomio. Il nome all’ordine deriva da un’esortazione che il fondatore, San Giovanni di Dio (Juan Ciudad, 1495-1550) era solito rivolgere ai benefattori. L’ordine, proprio perché si dedicava essenzialmente ai malati, non fu mai soppresso. I frati minori erano caduti sotto le leggi di soppressione sia nel periodo napoleonico, sia dopo l’unità d’Italia (leggi Cavour), ma a metà dell’ottocento il complesso monastico era ancora territorialmente integro. I frati tornarono nel 1922. Si suggerisce il sito http://www.fratiminori.it/content/view/22/26/ per quanto non precisissimo. Vasta proprietà agricola con rustici e abitazioni che la Congregazione della carità ricevette in eredità (1802) e che alienò pochi anni dopo in cambio di una rendita (525 lire al mese) per evitarne l’esproprio. I Perego erano "abituali" committenti dei grandi architetti del tempo, visto che per la loro fastosa villa di Cremnago si avvalsero del Piermarini. Così dice il sito ufficiale della villa, anche se il Dizionario bibliografico degli italiani, Treccani, la attribuisce all’architetto, ingegnere e scultore milanese Carlo Giuseppe Merlo (1690-1760), meno celebre ma altrettanto quotato, all’epoca, del Piermarini. Camillo Benso conte di Cavour morì nel 1861, ma la piazza era già intitolata a lui l’anno prima della sua morte e dell’ Unità d’Italia.Prima si chiamava piazza San Bartolomeo. Terminata nel 1868, era situata sul lato nord dell’odierna piazza della Repubblica, sulla direttrice viale De Gasperis – viale Regina Giovanna ed era una stazione di transito. La chiesa, più volte rifatta, è di origini medievali. La facciata del 1735 fu ricostruita in cemento nel secolo scorso per il grave stato di corrosione. E’ in uso alla comunità cristiano-copta. Fondato nel 1863 e ospitato per due anni, coi suoi venticinque studenti, al Collegio Elvetico. A ricordare quell’insediamento, resta solo via del Vecchio Politecnico. Tradizionalmente, il corso delle carrozze si svolgeva in corso di porta Romana, la strada principale della città, così come vi si teneva, e continuò a tenersi, la sfilata dei carri e delle maschere per il Carnevalone ambrosiano. Fu da circa metà del settecento, ancora prima dell’apertura dei Giardini pubblici, che il lussuoso apparato di lacchè, cocchieri, valletti e servidorame, tutti in livree dei colori “della Casa”, splendenti carrozze stemmate e cavalli e cavalieri si spostò a porta Nuova. Giuseppe Rovani, nei suoi Cento anni, descrive il corso già in via Marina nel 1750 e successivamente nel 1766; il cerimoniale era assai formale: una volta avviato, il corteo delle carrozze non poteva in nessun modo essere interrotto o modificato e chi sopraggiungeva non aveva che da accodarvisi. Solo la carrozza del presidente del Senato aveva il diritto di inserirvisi in qualunque punto e momento. Aperti nel 1660 i giardini, che potremmo descrivere come antenati dei parchi di divertimento, del caffè concerto e del teatro musicale con annessi ballo e ristorante e attrazioni, chiusero nel 1859, in epoca vittoriana. Se i nobili frequentavano soprattutto la parte occidentale e meridionale dell’area, la borghesia minuta e la gente comune si ritrovavano soprattutto sul lato orientale, il nucleo originario dei Giardini: li aveva terminati nel 1786 Giuseppe Crippa, un capomastro che in cambio dell’esenzione del dazio sui materiali e la possibilità di impiegare ergastolani per i lavori più duri, portò a termine i lavori con la piena approvazione del Piermarini.. Nel patto entrava anche la gestione dell’ osteria che vi sorse e del gioco del pallone cui era dedicato un ampio spazio collegato ai bastioni da una monumentale scalinata Con la Restaurazione, tutta questa libertà di incontri e “adunanze” non piacque, nel paranoico timore di congiure e complotti. Per porvi un freno furono censurati comportamenti ritenuti “libertini” e fu vietato il gioco del pallone. Chi vi si dedicava cominciò a ritrovarsi al Castello (teppa in milanese è il muschio che ne tappezza gli anfratti) dando vita ad una banda di scapestrati che ben presto degenerò dedicandosi ad atti vandalici: la compagnia della teppa. Si suggerisce il sito: milano.corriere.it/arte_e_cultura/articoli/2003/03.../teppa.shtml Alcune rogge emergevano, al di qua dei bastioni, sul lato destro della strada per il Tombone, dirigendosi a est e a sud. Suggeriamo il sito: www.skyscrapercity.com › ... › Foto e Architetture storiche o di lanciare una ricerca cliccando Roggia Balossa. Come istituzione formativa, ospitata dapprima dai gesuiti di Brera, la scuola era stata creata con un motu proprio di Gregorio XIII. Nel 1576. Al lettore attento non sarà sfuggito quante volte gli Umiliati compaiano come fondatori o ex proprietari dei luoghi citati: questo a conferma del ruolo che, nel primo capitolo, abbiamo loro attribuito accanto a quello dei Cistercensi dopo le invasioni barbariche, ma questo spiega anche perché al grande campione della Controriforma, san Carlo Borromeo, quell’ordine dal vago sentore riformista e tanto potente andasse così indigesto da provocarne lo scioglimento. Si consiglia il sito:http://www.archiviodistatomilano.it/ Domenico Aspari (1735-1831), tra i numerosi incisori milanesi del periodo, è l’unico che la critica moderna accosti ai massimi che operarono altrove, in particolare al Piranesi. Le sedici vedute di Milano citate, illustrano una breve storia di Milano di Angelo Fumagalli, cistercense (1724-1804), conservata alla Civica Raccolta Bertarelli. Pittore e anche architetto, l’Aspari ebbe anche cattedra di disegno a Brera: la sua produzione è molto ampia.(non era il provincialotto?)





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